C’è una domanda che torna inevitabilmente ogni volta che un calciatore lascia la Juventus e, lontano da Torino, ricomincia a mostrare caratteristiche e rendimento per i quali era stato acquistato: David e Openda erano davvero il problema, oppure il problema era anche la Juventus che li ha avuti a disposizione?
Non è una domanda alla quale si possa rispondere semplicemente guardando i gol segnati dopo la partenza. Il calcio non funziona così. Un attaccante può cambiare rendimento perché cambia il sistema di gioco, perché trova un allenatore che lo utilizza diversamente, perché aumenta la fiducia, perché cambia il modo in cui la squadra lo serve. Eppure, quando i casi diventano diversi e il fenomeno si ripete, diventa legittimo interrogarsi anche sul contesto.
Il caso di Jonathan David, oggi, rende questa domanda ancora più interessante.

David e Openda: due storie che riaprono una domanda
David aveva raccontato già durante la sua esperienza juventina di avere vissuto una stagione fatta di «alti e bassi», ammettendo di non essere riuscito a trovare quella continuità realizzativa che si aspettava da se stesso.
È una frase importante perché non contiene alibi.
Il canadese non scarica la responsabilità.
Ma quella dichiarazione racconta anche la difficoltà di inserirsi in una realtà nella quale la pressione, come lui stesso spiegava, è enorme: quando giochi nella Juventus, «hai gli occhi puntati addosso».
A Madrid, invece, David ha cominciato a trovare gol e fiducia.
E proprio questo rende interessante il confronto.
Perché un giocatore può fallire una stagione. Può sbagliare rigori, attraversare un periodo negativo, soffrire l’adattamento a un nuovo campionato. Ma quando il cambio di ambiente coincide con un nuovo rendimento, diventa inevitabile interrogarsi anche sul contesto.
Openda, da questo punto di vista, è ancora più esplicito.
Nell’intervista rilasciata a L’Équipe ha spiegato che alla Juventus aveva trovato Vlahovic e David davanti a sé, ma soprattutto ha indicato un problema tattico: «La squadra non era abituata a giocare con un giocatore di profondità».
Il belga ha raccontato di aver pensato a una possibile complementarità con David, proprio perché uno avrebbe potuto venire incontro e l’altro attaccare lo spazio. Ma quella soluzione, secondo il suo racconto, non era diventata una caratteristica abituale della squadra.
È un particolare che pesa. Perché se acquisti un giocatore per una determinata caratteristica e poi quella caratteristica non diventa una risorsa stabile del sistema, il problema non può essere attribuito esclusivamente al giocatore.
Non basta dire che Openda aveva fallito
Naturalmente sarebbe sbagliato utilizzare l’intervista di Openda per assolverlo completamente. E lo stesso Openda riconosce che l’esperienza juventina gli ha insegnato molto.
Il suo racconto, infatti, non è quello di un giocatore che considera la Juventus un errore. Al contrario, ha spiegato di essere certo che «in circostanze diverse sarebbe andata meglio», ma di avere imparato anche a giocare in posizioni differenti e ad affrontare la concorrenza.
La frase è significativa proprio per la sua misura.
Non dice: la Juventus mi ha fatto fallire. Dice: in un contesto diverso, probabilmente, avrei potuto rendere diversamente.
È una distinzione che cambia tutto.
Il problema diventa più grande quando i casi aumentano
Qui entra in gioco la Juventus degli ultimi anni.
Se David fosse stato l’unico investimento importante a non funzionare, sarebbe semplice parlare di un errore di mercato.
Se Openda fosse stato un caso isolato, si potrebbe parlare di incompatibilità tattica.
Se Douglas Luiz avesse avuto soltanto una stagione negativa, si potrebbe parlare di adattamento.
Se Koopmeiners avesse avuto soltanto qualche difficoltà, si potrebbe parlare di aspettative eccessive.
Ma quando queste situazioni si accumulano, la domanda cambia.
Negli ultimi anni la Juventus ha cambiato giocatori, allenatori, dirigenti, sistemi di gioco e gerarchie. Ha modificato più volte il progetto tecnico senza riuscire sempre a produrre una continuità paragonabile alla quantità di cambiamenti effettuati. E allora bisogna chiedersi se il problema sia stato sempre il singolo. Oppure se il singolo sia stato spesso chiamato a compensare una struttura che non era sufficientemente definita.
Non significa sostenere che tutti gli acquisti fossero corretti. Significa chiedersi se tutti gli errori siano stati commessi sul mercato.
Douglas Luiz è la controprova

Il caso Douglas Luiz rende la questione ancora più interessante perché il brasiliano non è più soltanto un ex da osservare da lontano.
È ancora alla Juventus. E sta giocando.
Spalletti, alla vigilia di Sassuolo, ha rifiutato perfino di definirlo una scommessa: «Douglas Luiz è una certezza del calcio», ha detto, aggiungendo che il brasiliano «aveva solo bisogno di sentire fiducia nelle sue qualità».
Poi l’allenatore ha individuato un dettaglio tattico preciso: quando Douglas Luiz teneva troppo la palla e si allontanava dalla sua zona, finiva per perdere di vista alcune situazioni di gioco. Oggi, invece, ha capito che muovere più rapidamente il pallone significa entrare maggiormente nel gioco.
Non è una rivoluzione. È una definizione.
Ed è proprio questo il punto.
Forse alla Juventus non serviva un Douglas Luiz diverso. Serviva che Douglas Luiz potesse esprimere meglio quello che già aveva.
E Koopmeiners?
Anche il caso Koopmeiners racconta qualcosa.
Spalletti ha sottolineato che il minutaggio è fondamentale, perché ridurre il tempo a disposizione di un giocatore a 15-20 minuti aumenta la tensione e diminuisce la possibilità di mostrare le proprie qualità.
Ha parlato anche della necessità di utilizzarlo con maggiore libertà, tra mediano e mezzala.
Ancora una volta ritorna lo stesso concetto: il ruolo scritto sulla formazione non basta. Conta ciò che il giocatore può realmente fare dentro quel ruolo.
Kolo Muani impedisce di assolvere tutti
Poi c’è Kolo Muani.
Ed è il caso che impedisce di trasformare questa analisi in un’assoluzione dei giocatori.
Il francese ha avuto un avvio complicato, ma con Spalletti il suo rendimento è diventato progressivamente più sostanziale. Non soltanto per i gol, ma per la disponibilità, il lavoro senza palla, la capacità di partecipare alla manovra.
Spalletti ha raccontato che, dopo l’infortunio di Locatelli, Kolo Muani si era presentato al campo molto prima del previsto proprio per stare con i compagni e vivere l’ambiente.
È un dettaglio. Ma nel calcio i dettagli raccontano spesso il clima di una squadra e Kolo Muani dimostra che un giocatore può cambiare rendimento senza cambiare maglia. Ed è la controprova necessaria.
Il problema, quindi, non è soltanto la Juventus.
Non sono soltanto i giocatori.
È il rapporto fra i due.
Locatelli e Sassuolo: quando l’assenza rivela il valore
La partita di Sassuolo ha aggiunto un altro elemento.
L’infortunio di Locatelli ha costretto la Juventus a redistribuire responsabilità. Spalletti lo aveva detto prima della partita: «La sua assenza distribuisce responsabilità a tutti».
Ed è esattamente ciò che accade quando una struttura perde un elemento importante: non basta inserire un sostituto. Bisogna sostituire le funzioni.
Locatelli non è soltanto un centrocampista. È un riferimento nella costruzione, nell’equilibrio, nella gestione dei momenti della partita. Quando manca, qualcuno deve fare il suo lavoro.
A Sassuolo la Juventus ha mostrato quanto sia difficile redistribuire quel peso senza alterare gli equilibri.
E questo è un concetto che può essere trasferito anche ai giocatori arrivati negli anni.

La Juventus ha smarrito il proprio principio?
Forse la questione più profonda è questa.
Per troppo tempo la Juventus ha dato l’impressione di cambiare molto senza riuscire a modificare davvero il problema di fondo.
Un giocatore per correggere un problema.
Un allenatore per correggere il giocatore.
Un altro giocatore per correggere l’allenatore.
Un’altra idea per correggere quella precedente.
È una spirale che produce movimento, ma non necessariamente crescita.
E qui torna il vecchio principio juventino: vincere non è importante, è l’unica cosa che conta. Non come slogan nostalgico. Come criterio.
Una società che vuole vincere deve scegliere giocatori in funzione di un progetto, scegliere l’allenatore in funzione di quei giocatori e poi avere la forza di mantenere una direzione abbastanza a lungo da verificarne gli effetti.
Se invece prevale una sorta di sopravvivenza sportiva, il rischio è accontentarsi di correggere l’emergenza.
David e Openda sono un campanello d’allarme
Per questo David e Openda non sono una sentenza sulla Juventus. Sono un campanello.
Il canadese ha lasciato Torino dopo una stagione da 8 gol in 46 presenze e oggi sta vivendo una nuova esperienza all’Atletico.
Openda ha spiegato che alla Juventus non riusciva a sfruttare pienamente la profondità e che, in circostanze diverse, le cose sarebbero potute andare meglio.
Douglas Luiz, invece, sta provando a dimostrare che anche un giocatore rimasto a Torino può cambiare rendimento quando cambiano fiducia, continuità e interpretazione.
Kolo Muani sta facendo lo stesso.
E Locatelli, paradossalmente, ha mostrato il proprio valore proprio attraverso la sua assenza.
Quattro storie diverse.
Una domanda comune.
Quanto del rendimento di un giocatore appartiene al giocatore e quanto appartiene alla squadra che lo circonda?
La risposta non può essere assoluta. Ma forse la Juventus degli ultimi anni ha commesso proprio questo errore: cercare troppo spesso la risposta dentro il singolo, quando una parte del problema era nella struttura.
Perché comprare un giocatore forte non basta.
Bisogna costruire una Juventus nella quale quel giocatore possa diventare forte anche per la Juventus. E forse la vera domanda, oggi, non è perché David e Openda segnino lontano da Torino. È perché troppi giocatori, arrivati a Torino per migliorare la Juventus, abbiano finito per sembrare peggiori di quelli che erano prima di arrivare.
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