Le parole di Giovanni Carnevali al Festival dello Sport possono essere lette come una normale intervista di inizio stagione. Mercato, Spalletti, Champions, giovani, bilancio, qualche nome e inevitabilmente il tema della vittoria. Ma mettendo insieme i diversi passaggi emerge qualcosa di più interessante: una possibile idea di Juventus.
Non ancora un modello compiuto, certamente. Piuttosto una direzione.
La Juventus degli ultimi anni ha cercato più volte di ripartire cambiando uomini, strategie e riferimenti tecnici. Carnevali sembra voler percorrere la strada opposta: costruire una base, mantenerla e aumentarne progressivamente il valore.
Ed è forse questo il punto dal quale partire per capire cosa potrebbe cambiare davvero a Torino.

Carnevali e la nuova Juventus: prima costruire, poi correggere
C’è una frase che rischia di passare quasi inosservata davanti alle dichiarazioni più spendibili sul mercato: bisogna costruire una base solida ed evitare di cambiare ogni anno.
È un concetto semplice, ma applicato alla Juventus recente diventa quasi una rottura.
Allenatori, dirigenti, giocatori, strategie. La ricerca della ripartenza ha spesso prodotto un’altra ripartenza. Ogni estate sembrava necessario correggere quella precedente, aumentando costi e difficoltà nel dare un’identità stabile alla squadra.
Carnevali propone implicitamente un meccanismo differente: il mercato non deve ricostruire continuamente la Juventus, ma migliorare ciò che già esiste.
Anche perché i numeri impongono una realtà diversa dal passato. Il bilancio 2025/26 si è chiuso con 66 milioni di perdita e la società deve contemporaneamente rispettare i parametri UEFA. Carnevali riconosce che vorrebbe acquistare tre grandi campioni, ma che oggi non può farlo: bisogna trovare opportunità e rendere la squadra più forte senza compromettere l’equilibrio economico.
Non significa necessariamente ridimensionamento. Significa che il denaro, da solo, non può più essere il principale acceleratore del progetto.
Dal campione comprato al campione costruito
È qui che entra in gioco Alajbegovic.
Carnevali ha raccontato la concorrenza del Chelsea e ha spiegato la logica dell’investimento: cercare giovani che possano crescere fino a raggiungere valutazioni da 70-80 milioni.
Il passaggio è importante soprattutto se letto oltre il singolo giocatore.
Per anni la Juventus ha cercato spesso valore già formato, pagando inevitabilmente il prezzo raggiunto dal calciatore sul mercato. Il nuovo modello potrebbe provare a intercettare quel valore prima che esploda.
Comprare prima il possibile campione anziché inseguirlo dopo.
È una filosofia economicamente comprensibile, soprattutto per una società che deve ridurre strutturalmente le perdite. Ma proprio qui nasce la questione più interessante.
Un giocatore portato da 30 a 80 milioni rappresenta patrimonio. Ma cosa si fa quando vale 80?
Il modello Sassuolo può funzionare, ma Torino non è Sassuolo
Carnevali conosce perfettamente la valorizzazione dei calciatori. È uno dei principi sui quali ha costruito il lungo ciclo del Sassuolo.
Alla Juventus, però, quel modello deve necessariamente evolversi.
Per una società di provincia, creare valore e monetizzarlo può rappresentare il punto d’arrivo del processo. Per una società che dichiara di voler tornare a vincere, dovrebbe rappresentare soprattutto uno strumento.
La differenza è sostanziale.
Scoprire un giocatore prima degli altri, farlo crescere e portarlo a una valutazione elevata significa costruire patrimonio. Essere costretti sistematicamente a venderlo per finanziare la stagione successiva significherebbe invece entrare in un altro modello.
Carnevali, peraltro, ha precisato che non è scontata una cessione illustre per finanziare il prossimo mercato.
Ed è probabilmente questa la frontiera sulla quale misurare il nuovo progetto.
Spalletti non è separato dal progetto economico
In questa prospettiva cambia anche il peso dell’allenatore.
Carnevali insiste sulla capacità di Spalletti di insegnare calcio e sostiene che attraverso il suo lavoro la Juventus possa ridurre il divario dalle squadre più forti.
Non è soltanto una difesa pubblica dell’allenatore.
Se una società non può comprare continuamente giocatori già arrivati al massimo livello, deve riuscire a migliorare quelli che possiede. E allora il lavoro quotidiano dell’allenatore diventa anche una componente della sostenibilità.
Un ventenne acquistato a 20 o 30 milioni che diventa un giocatore da 70 produce valore.
Un calciatore costoso che rende meno delle proprie possibilità e viene sostituito produce invece un altro costo.
Mercato e campo, da questo punto di vista, smettono di essere mondi separati.
La Champions deve essere un mezzo
C’è infine il quarto posto.
Carnevali è stato molto netto sull’importanza economica della Champions, arrivando a descrivere la mancata qualificazione come un potenziale “bagno di sangue”. Ma nello stesso intervento ha ribadito che la Juventus non può accontentarsi e deve tornare a vincere.
Le due affermazioni non sono contraddittorie.
Descrivono esattamente il problema.
La Champions oggi è indispensabile per alimentare i ricavi e sostenere il progetto. Ma se diventasse il traguardo definitivo, la trasformazione della Juventus sarebbe molto più profonda di una semplice revisione economica.
La qualificazione deve finanziare la competitività. Non sostituirla.
La vera sfida: produrre valore senza perdere ambizione
Forse è questo il significato più interessante delle parole di Carnevali.
La Juventus deve imparare a produrre valore invece di limitarsi ad acquistarlo.
Significa scouting, giovani, allenamento, continuità, meno rivoluzioni e un mercato utilizzato per completare la squadra anziché rifondarla ogni estate.
È un cambio di paradigma potenzialmente importante.
Ma contiene anche il proprio rischio: trasformare la sostenibilità da strumento necessario a obiettivo sufficiente.
La Juventus può certamente imparare dal Sassuolo a creare valore.
Dovrà però ricordarsi di utilizzarlo in maniera differente.
Perché a Torino un giocatore che passa da 30 a 80 milioni non dovrebbe rappresentare soltanto una grande plusvalenza potenziale.
Dovrebbe rappresentare, prima di tutto, un giocatore più forte con cui provare a vincere.