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Juventus, il bilancio cambia il mercato? Ora il margine d’errore si restringe

Juventus, il bilancio cambia il mercato? Ora il margine d’errore si restringe

Sessantasei milioni di perdita, un altro esercizio che la stessa società prevede ancora in rosso, un aumento di capitale fino a 250 milioni e, sullo sfondo, il settlement agreement sottoscritto con la UEFA lo scorso 30 giugno, per il Fair Play Finanziario. Messi uno accanto all’altro, i numeri dell’ultimo CdA della Juventus sembrerebbero suggerire una conclusione quasi inevitabile: bisognerà vendere, ridurre gli investimenti, forse sacrificare qualche giocatore importante e affrontare almeno un’altra stagione con il freno tirato.

Eppure il quadro è più complesso. E, per certi versi, anche più interessante.

Perché la perdita appena approvata non obbliga automaticamente la Juventus a recuperare 66 milioni sul mercato, così come i 250 milioni dell’aumento di capitale non possono essere trasformati semplicemente in altrettanta capacità di spesa. In mezzo ci sono le regole UEFA, ma soprattutto c’è un percorso triennale che accompagnerà il club fino al 2028 e che, dopo l’ultimo bilancio e la mancata qualificazione alla Champions League, restringe soprattutto una cosa: il margine d’errore.

La Juventus e i conti per il Fair Play Finanziario

Juventus e Fair Play Finanziario: il -66 non racconta tutto

Il primo equivoco nasce proprio dal risultato di bilancio.

La Juventus ha chiuso l’esercizio al 30 giugno 2026 con una perdita consolidata di 66 milioni. È un rosso importante, ma non equivale a uno sforamento UEFA della stessa cifra, perché risultato civilistico e Football Earnings Rule seguono logiche differenti.

La UEFA parte dai conti del club, ma li osserva attraverso regole proprie, considerando ricavi e costi rilevanti e applicando le rettifiche previste dal regolamento. Il risultato che ne deriva, quindi, non coincide necessariamente con quello che troviamo nell’ultima riga del bilancio.

Sostenere che alla Juventus servano 66 milioni di plusvalenze per compensare il rosso significherebbe sovrapporre due contabilità che non funzionano nello stesso modo.

C’è poi una questione temporale.

Il settlement è stato sottoscritto il 30 giugno 2026, quando l’esercizio appena approvato si stava chiudendo. Il -66, dunque, non è un evento comparso improvvisamente tre mesi dopo l’accordo con la UEFA: appartiene a un esercizio che, nelle sue linee fondamentali, era già conoscibile.

Il vero elemento capace di rendere più stretto il percorso viene dopo.

Il problema nuovo è la Champions che non c’è

La Juventus prevede infatti un altro risultato negativo nel 2026/27 e indica soprattutto nella mancata partecipazione alla Champions League una delle ragioni del rosso atteso. Per gli esercizi successivi la prospettiva è quella di un progressivo miglioramento, tanto più significativo se i risultati sportivi torneranno ai livelli necessari per partecipare stabilmente alle competizioni europee più remunerative.

È probabilmente qui che bilancio e campo smettono definitivamente di essere due mondi separati.

La Champions non porta soltanto i premi UEFA. Significa partite, incassi, diritti audiovisivi, esposizione internazionale e una capacità commerciale che una stagione fuori dalla principale competizione europea inevitabilmente ridimensiona.

La qualificazione alla prossima Champions diventa così qualcosa di più di un obiettivo sportivo: entra direttamente nell’equilibrio economico dei prossimi esercizi.

Il settlement non è soltanto una multa

La Juventus è entrata nel nuovo settlement dopo che il Club Financial Control Body della UEFA ha rilevato il mancato rispetto della Football Earnings Rule sul periodo composto dagli esercizi chiusi nel 2023, 2024 e 2025.

L’accordo dura tre anni e deve condurre il club alla piena conformità attraverso gli esercizi chiusi nel 2026, 2027 e 2028.

La sanzione complessiva può arrivare a 20 milioni, dei quali 14 condizionati. Ma fermarsi alla multa significherebbe perdere la parte più importante dell’accordo.

La Juventus dovrà infatti raggiungere target intermedi annuali. Il mancato rispetto può determinare ulteriori conseguenze economiche e sportive, dalle restrizioni sulla registrazione di nuovi calciatori nella Lista A UEFA fino, nelle ipotesi più gravi previste dall’accordo, all’esclusione dalla successiva competizione europea per la quale il club dovesse qualificarsi.

Il primo esercizio del percorso, quello chiuso al 30 giugno 2026, è già alle spalle.

Restano il 2026/27 e il 2027/28.

Ed è qui che ogni scelta comincia a pesare di più.

Vendere un big? Possibile, non obbligatorio

Non esiste nei documenti pubblici un obbligo che imponga alla Juventus di vendere un determinato giocatore.

La UEFA stabilisce l’equilibrio economico da raggiungere. È la società a scegliere come arrivarci.

Una grande plusvalenza può essere una strada, ma non è l’unica. Si può intervenire sul monte ingaggi, sugli ammortamenti, sui ricavi commerciali, sulla valorizzazione dei giovani, sulla struttura degli investimenti e, naturalmente, attraverso maggiori ricavi sportivi. Una cessione importante potrebbe quindi diventare necessaria qualora le altre leve non producessero abbastanza miglioramento. Ma c’è una differenza profonda tra essere obbligati a vendere e decidere di vendere perché, dentro una strategia complessiva, quell’operazione permette di liberare risorse e ricostruire meglio.

Comprare si può, ma il prezzo racconta solo una parte del costo

Lo stesso vale per gli acquisti.

Un giocatore pagato 50 milioni con un contratto di cinque anni, prendendo un esempio volutamente semplice, produce un ammortamento teorico iniziale di circa 10 milioni per stagione, ai quali devono aggiungersi stipendio e altri eventuali costi.

Il problema, dunque, non è soltanto trovare 50 milioni per acquistarlo. È sostenere negli anni successivi il costo che quell’operazione lascia nei conti. Ed è questo che rende il prossimo mercato diverso: non necessariamente meno ambizioso, ma inevitabilmente più attento alla qualità economica di ogni investimento.

I 250 milioni: liquidità non significa libertà di spesa

È qui che entra l’aumento di capitale fino a 250 milioni.

L’operazione rafforza patrimonialmente e finanziariamente la Juventus e mette a disposizione del club risorse per sostenere il piano, gli investimenti e i fabbisogni dei prossimi esercizi.

In termini semplici, maggiore liquidità significa avere denaro disponibile per affrontare pagamenti e scadenze quando si presentano. È una differenza importante. Una società può possedere calciatori, immobili e altri asset di grande valore e avere contemporaneamente bisogno di liquidità, perché il patrimonio e il denaro immediatamente disponibile non sono la stessa cosa. Ma bisogna separare anche altri due concetti.

La liquidità dice se la Juventus ha le risorse per pagare. Il Fair Play Finanziario verifica se quel livello di costi è sostenibile rispetto a ciò che il club produce secondo i criteri UEFA.

L’aumento di capitale può quindi permettere materialmente anche investimenti sul mercato, ma non crea automaticamente 250 milioni di nuovo spazio di spesa ai fini UEFA. Può invece produrre un vantaggio strategico importante.

Una Juventus finanziariamente più solida non deve necessariamente vendere un calciatore perché ha bisogno immediato di denaro. Può eventualmente cederlo perché quella operazione migliora l’equilibrio economico. Vendere per fare cassa e vendere per migliorare i conti sono due necessità differenti.

L’aumento di capitale può ridurre la prima. Il settlement mantiene aperta la seconda.

Anche i rinnovi entrano nella strategia

C’è poi una leva meno visibile: i rinnovi contrattuali.

Quando la Juventus prolunga con anticipo il contratto di un calciatore acquistato a titolo oneroso, la motivazione può essere tecnica, patrimoniale o contrattuale. Ma un prolungamento può avere anche effetti sull’ammortamento.

Immaginiamo un giocatore acquistato per 50 milioni con cinque anni di contratto. Dopo tre stagioni, semplificando, resterebbero 20 milioni di valore contabile e due esercizi sui quali distribuirli. Un prolungamento può consentire di ridistribuire quel valore residuo su una durata maggiore, nei limiti previsti dalle regole UEFA, riducendo così il peso annuale dell’ammortamento.

Il costo non scompare. Viene spostato nel tempo.

E proprio per questo il rinnovo non è automaticamente un vantaggio. Se comporta un aumento importante dello stipendio, una parte del beneficio sull’ammortamento può essere assorbita dal nuovo ingaggio; se il giocatore perde valore tecnico, un contratto più lungo può trasformare il vantaggio di oggi nel problema di domani.

Anche alcuni rinnovi anticipati, dunque, potranno essere osservati dentro una strategia economica più ampia, senza attribuire automaticamente questa finalità a ogni operazione.

E se la Juventus mancasse un target?

È una domanda importante perché il settlement non funziona come un esame da sostenere soltanto alla fine del 2028.

Esistono target intermedi annuali. Mancarne uno non significa necessariamente far saltare immediatamente l’intero accordo, ma può produrre conseguenze già durante il percorso. Esistono precedenti recenti di società che hanno mancato un obiettivo intermedio, sono state sanzionate e hanno continuato a essere monitorate all’interno del settlement.

Questo significa che un esercizio peggiore può essere seguito da uno migliore. Ma l’errore non viene cancellato. Può costare denaro, restringere ulteriormente lo spazio successivo e, in caso di scostamenti più significativi, portare verso misure sportive più pesanti.

I target economici individuali assegnati alla Juventus non sono pubblici. Non possiamo quindi stabilire quanti milioni il club possa eventualmente mancare nel 2027 o nel 2028 prima che scatti una determinata conseguenza. Il principio, però, è chiaro.

Il settlement concede tempo per rientrare. Non concede esercizi da poter semplicemente buttare.

Ma potrebbe perfino convenire mancare un target?

È qui che il ragionamento diventa meno scontato. Perché rispettare un target non è necessariamente un’operazione priva di costi.

Immaginiamo, esclusivamente come ipotesi, che alla fine di un esercizio la Juventus fosse leggermente distante da un obiettivo intermedio e che per raggiungerlo dovesse effettuare una cessione particolarmente penalizzante sul piano sportivo. A quel punto il club dovrebbe mettere sullo stesso tavolo due costi. Quello di non raggiungere il target. E quello necessario per raggiungerlo.

Se vendere un giocatore determinante producesse un miglioramento immediato dei parametri ma riducesse significativamente le possibilità di qualificarsi alla Champions successiva, potrebbe nascere un paradosso: migliorare il conto di oggi e contemporaneamente indebolire la capacità di produrre i ricavi di domani.

In uno scenario puramente teorico, uno scostamento limitato accompagnato da una sanzione finanziaria sostenibile potrebbe perfino avere un costo complessivo inferiore rispetto a una scelta di mercato capace di compromettere la competitività della squadra. Ma sarebbe una scommessa delicatissima.

Non conosciamo pubblicamente né i target individuali della Juventus né la corrispondenza esatta tra l’entità di ciascun eventuale scostamento e le conseguenze previste. E soprattutto non sarebbe corretto confondere una valutazione costi-benefici con la possibilità di ignorare liberamente il settlement: reiterazione, dimensione dello scostamento e mancato raggiungimento dell’obiettivo finale possono rendere le conseguenze progressivamente molto più pesanti.

La domanda corretta, quindi, non è se alla Juventus convenga violare il settlement. È un’altra: quanto potrebbe costare rispettare un singolo target e quanto costerebbe, invece, mancarlo?

In alcuni scenari la risposta potrebbe non essere così ovvia come sembra.

Non necessariamente spendere meno significa sbagliare meno

È forse questa la conseguenza più profonda del nuovo scenario.

Un acquisto sbagliato non rappresenta soltanto un problema tecnico. Lascia uno stipendio, un ammortamento e un giocatore che potrebbe essere difficile ricollocare. Un rinnovo sbagliato può produrre lo stesso effetto.

Una cessione effettuata bene può invece generare una plusvalenza, eliminare costi futuri e creare spazio per nuovi investimenti. Un giovane valorizzato può offrire rendimento sportivo con un peso economico contenuto. Un acquisto indovinato può contribuire alla squadra e contemporaneamente aumentare il valore patrimoniale della rosa.

Il settlement, dunque, potrebbe non produrre una Juventus necessariamente più povera. La obbliga però a diventare più efficiente.

Il vero bivio è il 2027

Alla luce delle informazioni oggi disponibili, sostenere che la Juventus debba necessariamente effettuare una grande cessione già a gennaio significherebbe andare oltre ciò che sappiamo.

Sarà piuttosto l’andamento del 2026/27 a dirci quanto spazio resterà.

Ricavi, costo della rosa, mercato, rinnovi, ammortamenti e risultati sportivi finiranno dentro lo stesso equilibrio. E il vero bivio potrebbe arrivare nell’estate 2027, quando la Juventus avrà chiuso il secondo esercizio del settlement e saprà soprattutto se sarà tornata in Champions.

Una qualificazione restituirebbe al club una componente fondamentale dei ricavi e renderebbe più semplice sostenere una squadra di alto livello. Un’altra stagione fuori dalla Champions restringerebbe invece ulteriormente lo spazio proprio mentre il percorso UEFA entra nella fase decisiva.

Il paradosso: per sistemare i conti bisogna tornare a vincere

È qui che il ragionamento economico incontra definitivamente quello sportivo.

La Juventus potrebbe ridurre il costo della squadra, vendere alcuni dei giocatori più costosi e comprimere gli investimenti. Nel breve periodo i conti ne trarrebbero beneficio.

Ma esiste un punto oltre il quale il risparmio rischia di diventare controproducente.

Se una squadra meno costosa diventasse anche meno competitiva e continuasse a restare fuori dalla Champions, verrebbero meno proprio quei ricavi necessari per sostenere nuovamente una rosa di alto livello.

Tagliare senza impoverire. Vendere senza smontare. Investire senza trascinarsi costi insostenibili. Rinnovare senza trasformare il vantaggio di oggi nel problema di domani. E, in casi estremi, persino valutare se il costo necessario per centrare un obiettivo intermedio sia economicamente più razionale della conseguenza derivante dal mancato raggiungimento.

Non è un invito a violare il settlement. È ciò che significa amministrare una società dentro un percorso pluriennale nel quale ogni decisione produce effetti diversi e non sempre nella stessa direzione.

Dopo il bilancio cambia soprattutto il margine d’errore

Il -66 appartiene a un esercizio sostanzialmente già chiuso quando la Juventus ha firmato l’accordo con la UEFA.

L’aumento di capitale offre solidità e risorse finanziarie, ma non compra la libertà dalle regole.

La mancata Champions rende più delicato il 2026/27.

Non sappiamo oggi se sarà necessario vendere un big. Non esiste un mercato formalmente bloccato e non c’è ragione per sostenere che la Juventus non possa effettuare investimenti importanti. Ma acquisti, cessioni, rinnovi, stipendi, ammortamenti e persino la gestione dei target intermedi non possono più essere considerati compartimenti separati. Sono parti dello stesso progetto.

Non cambia necessariamente il piano. Cambia il margine d’errore.

Il settlement non chiede necessariamente alla Juventus di diventare più piccola. Le chiede qualcosa di probabilmente più difficile: tornare grande senza spendere ogni volta più di quanto quella grandezza riesca a produrre. Ed è dentro questo confine che verrà costruita la prossima Juventus

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Opinionista e giornalista sportivo. Collaboro per diverse testate video e social, tra cui, Top Planet e Radio Biaconera, Calciostyle e Ju24.it. Con il nickname "SkyWalker" organizzo e conduco dirette sulle pagine social "Juventini" e "Il Grande Bianconero".

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