ULTIM'ORA

Juventus, Spalletti crede davvero in questa squadra?

Juventus, Spalletti crede davvero in questa squadra?

C’è una domanda che gira nell’ambiente juventino, forse più di quanto venga pronunciata apertamente: Spalletti crede davvero in questa Juventus?

Non è una domanda contro l’allenatore e non nasce necessariamente da una bocciatura del suo lavoro. È piuttosto una riflessione che accompagna ogni nuovo progetto bianconero, perché alla Juventus il tempo concesso agli allenatori è sempre proporzionato a ciò che riescono a trasmettere, prima ancora che ai risultati che ottengono. E i risultati, inutile girarci intorno, sono l’unica vera misura alla quale, alla fine, tutto viene ricondotto.

Spalletti, del resto, non ha mai nascosto di avere fiducia nelle possibilità della squadra. A inizio stagione ha parlato della necessità di cambiare passo e, anche nelle settimane successive, ha continuato a sottolineare la disponibilità del gruppo, la possibilità di utilizzare sistemi diversi e la fiducia nei singoli.

Ma tra le parole di un allenatore e ciò che una squadra riesce realmente a trasmettere c’è sempre uno spazio da riempire.

Ed è proprio lì che nasce il dubbio.

 

Spalletti valorizza davvero la Juventus?

Il primo elemento da osservare è il modo in cui Spalletti parla dei suoi giocatori.

Non è un dettaglio. Un allenatore costruisce anche attraverso la fiducia che riesce a trasferire al gruppo e attraverso la percezione che i calciatori hanno del proprio ruolo.

Spalletti ha espresso totale fiducia nelle qualità di Kolo Muani, ha spiegato che la rosa gli permette di utilizzare sistemi differenti e, dopo l’infortunio di Locatelli, ha trasformato l’assenza del capitano in una responsabilità da distribuire su tutti.

Sono parole che raccontano un allenatore intenzionato a valorizzare il materiale che ha a disposizione.

Ma il calcio non si gioca nelle conferenze stampa.

La domanda successiva, allora, diventa inevitabile: questa fiducia si vede davvero nella squadra?

Perché valorizzare un giocatore non significa soltanto metterlo in campo. Significa trovargli il modo migliore per esprimersi, costruire intorno alle sue caratteristiche, permettere agli altri di completarlo e, soprattutto, riuscire a trasformare le qualità individuali in una forza collettiva.

Ed è qui che il giudizio deve necessariamente rimanere sospeso.

La Juventus che vediamo è quella che può dare di più?

Questa è probabilmente la domanda più interessante.

Non se Spalletti sia un buon allenatore. Lo è, e il suo curriculum non ha bisogno di essere riscritto ogni settimana.

Ma è l’allenatore giusto per questa Juventus?

È una cosa diversa.

Perché alla Juventus non basta organizzare una squadra, così come non basta renderla competitiva. La storia recente ci ha insegnato che si può giocare bene, avere buoni giocatori, costruire meccanismi interessanti e comunque rimanere con la sensazione che manchi qualcosa.

Quella cosa, nel calcio, è difficile da definire. Si chiama personalità, convinzione. A volte si chiama semplicemente anima.

E qui arriviamo al punto che più mi interessa.

Ho la sensazione che la questione non sia soltanto tecnica e nemmeno soltanto legata agli infortuni. Gli uomini possono rientrare, le alternative possono aumentare, i moduli possono cambiare, ma se la squadra continua a vivere la vittoria come una possibilità invece che come una necessità, il salto di qualità rischia di essere più piccolo di quello che immaginiamo.

Non significa che questa Juventus non voglia vincere. Significa che non sempre sembra avere quella fame che trasforma la volontà in comportamento.

Ed è una differenza enorme.

Spalletti quella mentalità la sta chiedendo

C’è però un elemento che sarebbe sbagliato ignorare.

Spalletti quella fame sembra chiederla.

Dopo il pareggio contro il Milan aveva spiegato che certe partite non si giocano aspettando di essere invitati, ma andando a prendersi ciò che si vuole. Dopo Sassuolo è andato persino oltre: ha ammesso di essere stato lui a stimolare la squadra ad andare a vincere, fino al punto che i giocatori, nel tentativo di farlo, hanno finito per perdere equilibrio.

E allora la domanda cambia.

Se l’allenatore chiede alla Juventus di andare oltre, quanto di quella richiesta è già diventato patrimonio della squadra?

Perché una cosa è volere la vittoria, un’altra è trasformarla in un’abitudine mentale. Una cosa è ricevere un messaggio, un’altra è farlo proprio fino al punto da non doverlo più ascoltare.

Forse è questo il passaggio che ancora manca.

Non necessariamente nella filosofia di Spalletti.

Nella sua trasformazione in identità collettiva.

L’ombra di Conte non si cancella con le parole

Poi c’è Conte.

Non perché debba tornare. Non perché sia necessario sostituire Spalletti. E nemmeno perché Conte possa essere considerato una garanzia di scudetto: nel calcio le garanzie non esistono.

Conte rappresenta, per una parte del popolo juventino, qualcosa di più difficile da sostituire: l’idea della Juventus come squadra che entra in campo già convinta che perdere non sia contemplato.

È questa l’ombra che rimane.

E può sparire soltanto in pieno sole.

Il sole, però, non è un altro allenatore. È una Juventus che vince, convince, cresce e soprattutto trasmette la sensazione di sapere esattamente dove vuole arrivare.

Se Spalletti riuscirà a portarla lì, il paragone con Conte finirà inevitabilmente sullo sfondo. Perché quando una squadra funziona davvero, le nostalgie diventano più deboli.

La Juventus ha ancora bisogno di ritrovare la sua anima

Per anni abbiamo parlato di “Juventinità” come di un fattore quasi impossibile da misurare, ma tremendamente concreto.

Spalletti, riuscirà a infondere un anima alla Juventus?
Alessandro Del Piero

Era quella cosa che permetteva alla Juventus di vincere partite che sembravano complicarsi, di resistere quando gli altri avrebbero mollato, di trasformare un vantaggio minimo in una certezza e una difficoltà in una motivazione.

Era un fattore X.

Oggi ne parliamo molto meno. E forse non è casuale.

Tra i tifosi sembra esserci una certa rassegnazione, una nostalgia che torna ogni volta che compare un’icona del passato. Del Piero ha questa capacità di risvegliare, con la sola presenza, quell’entusiasmo troppo spesso sopito. Vederlo allo Stadium prima della sfida contro l’Atalanta ha regalato un po’ di magia all’ambiente.

È curioso, perché l’entusiasmo può fare cose che la tattica non riesce a fare.

Può moltiplicare le energie, rendere più sopportabile la fatica, trasformare un gruppo di giocatori in una squadra che sente di avere qualcosa da difendere e qualcosa da conquistare.

Io ci ho sempre creduto.

L’entusiasmo non sostituisce la qualità, ma può esaltarla. E nei momenti difficili può tirare fuori energie che, senza quella spinta, rimarrebbero nascoste.

Spalletti deve ancora dare la sua risposta

Forse, quindi, la domanda non è se Spalletti sia all’altezza della Juventus.

La domanda è se questa Juventus riuscirà a diventare abbastanza Juventus da permettere a Spalletti di dimostrarlo.

Perché l’allenatore può dare idee, organizzazione, soluzioni tattiche, fiducia. Può cambiare sistema, adattare i giocatori, distribuire responsabilità. Lo sta facendo.

Ma c’è una parte del calcio che non si insegna completamente. Si costruisce, si alimenta, si trasmette.

E soprattutto si sente.

Spalletti ha detto che questa Juventus deve cambiare passo. Ha chiesto ai suoi giocatori di andare a prendersi le partite e, dopo Sassuolo, si è assunto persino la responsabilità di averli spinti a cercare la vittoria.

Adesso quella richiesta deve diventare qualcosa di più.

Perché alla fine il popolo juventino non chiederà a Spalletti di essere Conte.

Gli chiederà qualcosa di più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: restituire alla Juventus la convinzione che vincere non sia soltanto ciò che tutti desiderano, ma ciò per cui tutti sono disposti a fare qualcosa in più.

Vincere deve tornare a essere l’unica cosa che conta.

Link esterni

Opinionista e giornalista sportivo. Collaboro per diverse testate video e social, tra cui, Top Planet e Radio Biaconera, Calciostyle e Ju24.it. Con il nickname "SkyWalker" organizzo e conduco dirette sulle pagine social "Juventini" e "Il Grande Bianconero".

20 articoli