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Spalletti e la Juve camaleontica: il modulo non basta

Spalletti e la Juve camaleontica: il modulo non basta

La Juventus di Luciano Spalletti sta imparando a cambiare pelle. Non è una questione di modulo ma di essere camaleontici. Ed è forse questa la novità tattica più interessante emersa nelle ultime settimane, più ancora della scelta tra difesa a tre e difesa a quattro.

Contro il NEC è arrivato un 5-0 con una struttura diversa da quella utilizzata in campionato contro l’Atalanta, battuta poi 2-0 con il 4-2-3-1. Due formazioni differenti, due partite differenti, ma una stessa idea: la Juventus non deve necessariamente avere un solo volto per essere riconoscibile.

Spalletti e il modulo: conta cosa succede dopo

Il modulo dice dove cominci. Non dice dove finirai.

È una distinzione che Spalletti ha reso piuttosto chiara nelle ultime settimane, spiegando che l’assenza di Locatelli non avrebbe obbligato la Juventus a rinunciare alla possibilità di utilizzare sistemi diversi. La rosa, secondo l’allenatore, permette di farlo.

È qui che il discorso sull’emergenza cambia prospettiva.

Non si tratta più soltanto di trovare il sostituto di chi manca, ma di capire quale funzione deve essere recuperata e chi può svolgerla. Se viene meno un centrocampista, parte del suo lavoro può essere assorbita da un difensore, da un esterno o da un giocatore offensivo. La squadra non sostituisce semplicemente un uomo: ridistribuisce responsabilità.

È una Juventus meno dipendente dalle caselle e più legata alle caratteristiche dei suoi interpreti.

Spalletti e il modulo
Spalletti sta costruendo una Juve camaleontica

Dal NEC all’Atalanta, il modulo diventa una soluzione

Il 3-4-2-1 utilizzato contro il NEC non va quindi letto come la scoperta del nuovo modulo della Juventus.

Dopo la sconfitta di Sassuolo, Spalletti aveva individuato soprattutto la necessità di aumentare compattezza e forza. Contro il NEC la squadra ha risposto con un 5-0 e con una prestazione che lo stesso allenatore ha definito frutto della scelta di cambiare qualcosa.

Tre giorni dopo, contro l’Atalanta, è tornato il 4-2-3-1. McKennie e Douglas Luiz hanno formato la coppia centrale, con Conceição, Nico González e Alajbegovic alle spalle di Kolo Muani. Anche questa volta la Juventus ha vinto, 2-0.

La lettura più interessante, allora, non è quale dei due sistemi sia migliore.

È che Spalletti non sembra considerare il modulo una scelta definitiva, ma uno strumento da adattare alle necessità della partita.

Il sistema cambia. I principi devono restare.

McKennie, il jolly che fa muovere la Juventus

Weston McKennie è probabilmente l’esempio più evidente.

Dire che può giocare in più ruoli è corretto, ma non basta. Il suo valore tattico sta soprattutto nell’effetto che il suo spostamento produce sul resto della squadra.

Contro il NEC è partito alle spalle di Woltemade; contro l’Atalanta è stato utilizzato in mediana. Due collocazioni differenti, ma la stessa caratteristica: può cambiare funzione senza uscire dalla logica collettiva.

McKennie non è il jolly perché può giocare dappertutto. È il jolly perché, quando cambia posizione, può permettere agli altri di cambiare funzione.

Se si allarga, libera spazio dentro. Se stringe, può aprire una corsia al compagno. Se sale, qualcuno può abbassarsi. Se parte più vicino alla porta, può attaccare lo spazio o diventare un riferimento ulteriore per la pressione.

Il suo movimento, quindi, non riguarda soltanto McKennie.

Riguarda la geometria della squadra.

Ed è questa la differenza tra un giocatore duttile e un giocatore tatticamente utile.

La Juventus non deve avere un modulo, ma delle certezze

Una squadra davvero duttile può costruire con una struttura e difendere con un’altra, modificare le distanze senza perdere compattezza, chiedere a un giocatore di assumere una responsabilità diversa quando la partita lo richiede.

Non significa anarchia tattica. Significa avere principi abbastanza forti da poter cambiare forma senza perdere equilibrio.

Contro l’Atalanta, per esempio, Spalletti ha sottolineato la disponibilità della squadra anche nel momento in cui è stata costretta a difendersi.

È questo il passaggio che conta.

La Juventus non deve essere riconoscibile perché gioca sempre allo stesso modo. Deve esserlo perché sa cosa fare anche quando il modo di giocare cambia.

Per questo il 4-2-3-1 non deve diventare una gabbia e il 3-4-2-1 non deve diventare una moda. Sono strumenti, non identità.

L’identità sta nelle consegne, nelle distanze, nei tempi e nella capacità dei giocatori di compensarsi.

Ed è proprio qui che l’emergenza può trasformarsi in una risorsa.

La Juventus non cerca undici giocatori capaci di occupare undici posizioni.

Cerca undici giocatori capaci di compensarsi.

McKennie, in questo senso, è molto più di un semplice jolly: è uno degli uomini attraverso i quali la squadra può cambiare forma senza necessariamente perdere sé stessa.

Il modulo è la struttura.

Il sistema è il comportamento. E la vera scommessa di Spalletti è fare in modo che la Juventus sappia cambiare il primo senza perdere il secondo.

 

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Opinionista e giornalista sportivo. Collaboro per diverse testate video e social, tra cui, Top Planet e Radio Biaconera, Calciostyle e Ju24.it. Con il nickname "SkyWalker" organizzo e conduco dirette sulle pagine social "Juventini" e "Il Grande Bianconero".

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