Bianconeri tra qualità individuale e difficoltà collettive: Kolo Muani, il trequartista, i leader e una domanda che porta direttamente a Spalletti. Identità Juventus, un concetto che va oltre il modulo: i bianconeri devono capire come valorizzare i propri giocatori e quale calcio vogliono proporre.
C’è una sensazione che accompagna la Juventus ormai da troppo tempo: una squadra con giocatori interessanti, alcuni dei quali di assoluto livello, che però non sempre riesce a metterli nelle condizioni ideali per esprimersi.
Non è soltanto una questione di risultati. E nemmeno può essere ricondotta al rendimento di un singolo calciatore.
Quando attaccanti diversi finiscono per svolgere lo stesso lavoro, quando al centravanti viene chiesto di abbassarsi continuamente per aiutare la costruzione e quando la squadra alterna entusiasmo e paura con troppa facilità, il sospetto diventa inevitabile: il problema è anche l’identità della Juventus.
La domanda, quindi, è una sola: che squadra vuole essere davvero la Juventus?
Identità Juventus: Kolo Muani non è il problema
Il caso più evidente riguarda Kolo Muani.
Il francese è un centravanti moderno, mobile, capace di attaccare la profondità e di muoversi su tutto il fronte offensivo. Ma resta un nove.
Se gli si chiede continuamente di giocare spalle alla porta, fare da boa, proteggere il pallone e aspettare che la squadra salga, il rischio è quello di utilizzarlo per risolvere un problema che non dovrebbe appartenergli.
È successo con Vlahovic. È successo con David. E il rischio è che accada anche con Kolo Muani.
Cambiano i nomi, non la dinamica: il centravanti diventa la soluzione alla mancanza di gioco invece di essere l’uomo chiamato a finalizzarlo.
Un attaccante deve partecipare alla manovra, certo. Ma c’è una differenza sostanziale tra partecipare alla costruzione e diventare il punto di riferimento costante per risalire il campo.
Se il nove viene incontro, chi attacca lo spazio alle sue spalle?
E soprattutto: chi occupa le zone tra le linee?

L’identità della Juventus passa anche dal trequartista
Qui il discorso diventa tattico.
Se la Juventus vuole valorizzare Kolo Muani, deve costruire una squadra che gli permetta di fare il centravanti, non il trequartista aggiunto.
Nico, Yildiz, Alaj e, in determinate condizioni, anche Luiz possono offrire soluzioni. Koopmeiners, per caratteristiche, dovrebbe inoltre essere uno degli uomini deputati a dare qualità e connessione.
Il punto non è trovare il trequartista perfetto una volta per tutte. Il punto è capire che una figura capace di ricevere tra le linee serve.
Senza quell’uomo, il centravanti arretra. Quando arretra, la squadra perde profondità. Gli esterni diventano più prevedibili e gli avversari possono difendere con maggiore facilità.
È un effetto domino che incide direttamente sull’identità della Juventus.
Woltemade e il mercato: comprare non basta
L’eventuale presenza di Woltemade rende il discorso ancora più interessante.
Per caratteristiche, il tedesco può rappresentare un’alternativa diversa: struttura fisica, qualità tecnica, capacità di venire incontro e di legare i reparti.
Ma proprio per questo nasce una domanda: cosa succede a Kolo Muani?
Non è una bocciatura del francese. È un problema di costruzione della rosa.
Se due giocatori hanno caratteristiche che rischiano di sovrapporsi, bisogna stabilire come utilizzarli. E se uno dei due deve partire dalla panchina, bisogna capire cosa si guadagna e cosa si perde.
Il mercato, insomma, non può essere una semplice collezione di caratteristiche.
Deve essere una costruzione coerente di funzioni. E la costruzione della rosa deve essere il primo passo per dare una precisa identità alla Juventus.
Gatti attaccante? La provocazione nasconde un problema reale
“Gatti attaccante” può sembrare una provocazione.
In realtà contiene una domanda seria: chi attacca davvero l’area della Juventus?
Troppo spesso gli attaccanti vengono coinvolti nella costruzione mentre i centrocampisti arrivano soltanto quando possibile.
Ma l’area deve essere riempita.
Serve chi attacca il primo palo, chi aggredisce il secondo, chi occupa la zona del dischetto.
Avere tanti giocatori offensivi non significa automaticamente essere una squadra offensiva.
La Juventus è ancora troppo umorale
Poi c’è la questione della personalità.
La Juventus sembra ancora troppo dipendente dall’andamento della partita. Quando trova entusiasmo cresce, quando incontra difficoltà si irrigidisce. Un gol può cambiare completamente il suo atteggiamento, così come un episodio negativo può far emergere paure e incertezze.
È una squadra troppo umorale.
E anche questo incide sull’identità della Juventus.
Una squadra con una precisa identità deve sapere cosa fare quando la partita prende una piega negativa.
La vera differenza con le grandi
Forse il gap con le big non è soltanto nella qualità dei giocatori.
È nella velocità di pensiero.
Le grandi squadre spesso sanno cosa fare prima ancora di ricevere il pallone. Controllo e passaggio. Un movimento in anticipo. Una giocata prima che lo spazio venga chiuso.
La Juventus, invece, dà talvolta l’impressione di decidere mentre sta già giocando.
Riceve e poi pensa. Controlla e poi guarda. Si muove e poi valuta.
A quel punto l’avversario ha già chiuso la linea di passaggio.
Non è necessariamente una carenza tecnica. È anche una questione di automatismi, fiducia, conoscenza reciproca e qualità del gioco collettivo.
Sono tutti elementi che contribuiscono a costruire l’identità della Juventus.
E Spalletti?
La domanda più scomoda arriva proprio qui: il limite della Juventus può essere anche Spalletti?
Il tecnico può portare organizzazione, idee e struttura. Ma il punto è capire se queste idee riusciranno a produrre ciò che oggi sembra mancare: velocità, entusiasmo, personalità e una precisa identità offensiva.
Se il problema è la qualità della rosa, l’allenatore può fare poco.
Se invece la Juventus non riesce a esprimere le qualità che possiede, la responsabilità del tecnico diventa inevitabilmente maggiore.
Ecco perché il mercato non può diventare un alibi.
Non basta comprare un centravanti se poi quel centravanti viene utilizzato per risolvere problemi che non gli appartengono. Non basta acquistare qualità se il sistema non riesce a valorizzarla.

Una Juventus che sappia cosa chiedere ai propri giocatori
Il vero punto è probabilmente questo: la Juventus deve smettere di chiedere ai singoli di compensare le mancanze del sistema.
Kolo Muani non deve trasformarsi in un falso nove perché manca un trequartista.
Il centravanti non può essere contemporaneamente boa, rifinitore e finalizzatore.
Gli esterni non possono costruire da soli la superiorità.
Il centrocampista non deve diventare contemporaneamente regista, trequartista e incursore.
E il difensore non può trasformarsi nell’attaccante di emergenza.
Una squadra forte non è quella che ha undici giocatori capaci di fare tutto.
È quella che sa esattamente cosa deve fare ciascuno degli undici.
La domanda che resta
Alla fine tutto porta a una sola domanda: che Juventus vogliamo vedere?
Una squadra verticale? Una squadra dominante con il possesso? Una formazione costruita sugli esterni? Una squadra con un trequartista alle spalle del nove?
Qualunque sia la risposta, deve esistere.
Perché l’identità della Juventus non è il modulo scritto sulla lavagna. È sapere dove saranno i compagni, quale sarà il passaggio successivo, chi attaccherà lo spazio e cosa fare dopo aver perso il pallone.
Soprattutto, è avere la certezza che una partita difficile non possa cancellare la propria idea di calcio.
Oggi questa Juventus sembra ancora troppo fragile.
Troppo umorale. Troppo dipendente dagli episodi. Troppo spesso costretta a chiedere ai propri giocatori di fare qualcosa di diverso da ciò che sanno fare meglio.
Ed è qui che passerà il vero giudizio su Spalletti: riuscirà a costruire un’identità Juventus abbastanza forte da non dipendere più dal proprio umore?
E ora, con l’infortunio di Locatelli, le cose si complicano ulteriormente! Servirà più compattezza, da parte di tutti, tifosi compresi.